Quali prospettive per le dinamiche territoriali, economiche e sociali della regione urbana milanese? Un nuovo rapporto PIM

Mercoledì 30 novembre 2016 al palazzo della Città Metropolitana di Milano è stato presentato il nuovo volume del Centro Studi PIM dal titolo “Spazialità Metropolitane. Economia, società e territorio” (n.15 collana A&C, Argomenti & Contributi). Il volume intende delineare un’immagine dei percorsi evolutivi che hanno portato la regione urbana milanese a rappresentare un laboratorio spaziale e sociale di estremo interesse.

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Il Sindaco metropolitano Giuseppe Sala nel suo messaggio iniziale ha inquadrato il tema, ponendo l’attenzione alle differenze tra centro e periferia per garantire a tutto il territorio una maggior coesione, assicurando uguali opportunità.

Il presidente del Centro Studi PIM Matteo Bolocan ha introdotto il convegno richiamando l’attenzione sui tre obiettivi del volume:

  1. definire delle geografie territoriali entro le quali osservare le dinamiche economiche, sociali e territoriali per lavorare nell’ottica di una regione urbana e metropolitana che trascenda dai classici confini amministrativi;
  2. osservare Milano come un laboratorio metropolitano, producendo e diffondendo nuova conoscenza, da stimolo al dibattito nazionale, sul ruolo delle aree urbane strategiche e multipolari;
  3. fornire elementi di conoscenza per analizzare e costruire nuove politiche pubbliche urbane a scala metropolitana.

Il volume si inserisce all’interno di una traiettoria globale “intricata ed interessante” nella quale emerge la centralità delle città, con una nuova narrativa che tuttavia ha perso un centro evidente intorno al quale far gravitare i poli emergenti.

I contenuti del volume sono stati presentati dal direttore del PIM Franco Sacchi che ha definito i contenuti geografici della regione urbana milanese: abitata da 8,5 milioni di persone nel quale lavorano 3,5 milioni di addetti, confermandosi come un territorio di cruciale importanza a scala nazionale ed europea. Sono state diverse le dinamiche analizzate alla scala metropolitana, nel rapporto tra i centri e le periferie, in tutta la regione urbana (estesa a tutti i territori provinciali contermini), dalla popolazione, ai nuclei familiari, dai tassi di imprenditorialità economica ai livelli di occupazione, dai flussi di pendolari alle specificità territoriali.
Nei processi di riconfigurazione del mondo produttivo, il quadro che emerge è un progressivo processo di erosione delle specializzazioni produttive nelle zone pedemontane, accompagnato dalla nascita di nuovi comparti produttivi di piccole e medie imprese innovative, che tuttavia non riesce  ad occupare grandi quantità di lavoratori, a ciò si affianca una grande base di processi metropolitani poveri che alimentano settori di lavoro deboli. Queste tendenze hanno anche generato un disallineamento tra il luogo di residenza e quello di lavoro, alimentando i flussi di pendolari.
Il grande quesito resta come coniugare innovazione ed integrazione occupazionale. Un quadro di chiari e scuri, con la sovrapposizione di processi di segno diverso.

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La discussione è stata poi incardinata in due tavole rotonde focalizzate su due aspetti chiave: i saperi (università e centri di ricerca) e l’azione pubblica multilivello (esponenti politici, del mondo economico e della società).

Nella prima sessione Gioacchino Garofoli, dell’Università dell’Insubria, ha tratteggiato i confini delle dinamiche occupazionali che fanno emergere sempre più Milano come il luogo del lavoro e la periferia come spazio dormitorio. L’economia della regione urbana si sta sempre più terziarizzando, riempiendo i vuoti con servizi e commercio. Nel mondo dell’industria si mantengono i lavori altamente qualificati in grado di produrre prodotti di alta qualità. Si assiste alla crescita del pendolarismo verso Milano e l’Area Metropolitana, con immigrazione nelle aree periferiche metropolitane.

Il prof. Roberto Camagni del Politecnico di Milano ha presentato i dati in numeri assoluti, dove dal 2001 al 2011 si è assistito ad una crescita di 74.000 addetti dentro il Comune di Milano, mentre nei Comuni dell’hinterland complessivamente soltanto di 1.100, dove si è perso il 30% di manifatturiero. La perdita del manifatturiero è un fenomeno anche del Comune di Milano che ha puntato sul terziario (finanza e moda). Questo disallineamento fotografa le difficoltà dell’hinterland di re-identificarsi in cooperazione con Milano.
Emerge dunque un paradigma culturale-cognitivo che polarizza una classe creativa urbana, inarrivabile per la classe media, che al tempo stesso sparisce mentre la classe bassa viene disgregata dalle dinamiche del mercato del lavoro.
imprenditoriali

Gianpaolo Corda, del Politecnico di Milano, nel suo intervento ha presentato l’assetto della regione milanese, da estendere all’accezione lombarda come un network di città, dove andrebbe ideato un rafforzamento delle linee ferroviarie per favorire nuove forme di intermobilità. In questo quadro il concetto della città metropolitana risulta evidentemente troppo stretto, sarebbe interessante ragionare sull’opportunità di una legge speciale per questa peculiarità milanese-lombarda.
Osservando i trend demografici, lo scenario al 2030 restituisce un addensamento nelle polarità con una gran densità su Milano, una crescita dell’area pedemontana (Varese, Como, Bergamo, Brescia), una scarsa popolazione nella pianura irrigua (Pavia, Lodi, Cremona, Mantova) ed un abbandono della montagna (Lecco, Sondrio, Sebino).

Il prof. Gianni Geroldi di AMGA ha ragionato sull’efficacia delle politiche locali nel sostenere la crescita. Poichè, se negli ultimi 15 anni il PIL è rimasto sostanzialmente stabile, ma la popolazione è cresciuta del 6%, significa che la ricchezza procapite è calata. Questo periodo di frenata è corrisposto all’introduzione dell’euro poichè prima la sovranità monetaria consentiva di agire sulla svalutazione competitiva.
Il grande quesito sta nella comprensione se, archiviato il modello fordista, l’attuale periodo sia la transizione verso un nuovo modello o sia esso stesso il nuovo modello.
Gli approcci per rispondere sono prevalentemente due: uno più nostalgico (abbiamo perso le certezze, viviamo nell’era dell’ingiustizia sociale) ed uno entusiasta (che esalta la creatività delle classi innovative). In realtà una terza via spinge alla definizione di politiche pubbliche, sui sistemi che siamo in grado di governare. In questo periodo vengono prodotte molte analisi poichè il sistema è complesso e deve ancora essere compreso a fondo, perciò è difficile far emergere una grande sintesi. Le politiche tuttavia mostrano esse stesse delle problematiche: vi è una difficoltà oggettiva nella lettura delle dinamiche complesse ed integrate, troppa poca attenzione è posta alla protezione sociale che incide sulla salute pubblica, gli strumenti per le politiche sono ben noti ma mancano schemi complessivi, vi è una difficoltà nel’implementare, monitorare e condurre le politiche stesse.


Nella seconda tavola rotonda l’attenzione è stata posta all’azione pubblica multilivello, la discussione ha ingaggiato diversi rappresentanti delle amministrazioni, del terzo settore, dei grandi driver pubblici.

L’introduzione di Piero Bassetti, di Globus et Locus e primo presidente della Regione Lombardia, ha evidenziato i problemi della scala e del glocalismo, determinanti per definire la natura e la visione del futuro di quest’area. I grandi driver infrastrutturali dello sviluppo dovrebbero essere inclusi in queste geografie poichè contribuiscono in modo predominante a definirne funzioni e polarità. Se il glocalismo morde sui driver che plasmano la città e sfida il potere politico a dichiarare la sua idea di futuro, dovrebbe essere incluso non solo nelle politiche ma anche nelle analisi, per comprenderlo sotto lenti diverse. In questo quadro, tutt’altro che definito, l’autorità urbana è debole ed è indifferente a ridiscutere il proprio ruolo. Siamo entrati in una svolta epocale e non solo contingente, ma non si capisce chi rappresenti questo nuovo spazio istituzionale e politico.

Sul tema dei grandi driver è intervenuto Pietro Modiano, presidente di SEA, che ha presentato quanto Malpensa giochi la sua proiezione fuori dall’Europa. Se in Lombardia arrivano 5 milioni di persone e solo 1 arriva da Malpensa, significa che 4 milioni di persone arrivano in Lombardia dopo essere state altrove. Con un’immagine si potrebbe dire che il Grand Tour non inizia qui, l’unico modo per invertire la rotta è creare rotte dirette (sostenibili solo se garantiscono 250.000 passeggeri/anno). Ma il marketing territoriale si fa con le compagnie aeree e senza più Alitalia a Milano mancano i soggetti in grado di promuoverla fuori dai confini. Milano sopravvive come area metropolitana soltanto se riesce a garantire forza allo scalo intercontinentale.

Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente, si è concentrato sul concetto e sulle differenze/similitudini tra la cooperazione territoriale e la competizione territoriale, dove il conflitto politico è da visualizzare, scomporre e ricomporre per garantire un futuro all’area metropolitana. Soltanto un approccio cooperativo aiuta la riflessione strategica.

Ad Arianna Censi, vicesindaco della Città Metropolitana di Milano, sono spettate le conclusioni. Presentando i grandi limiti della legge istitutiva delle Città Metropolitane (esito dei lavori di 4 governi con idee diverse) che ha prodotto l’assenza di un’autorità reale a scala intermedia. Un’istituzione esiste e funziona solo se ha una legittimazione popolare, che alle Città Metropolitane è stata negata. Un ente, se viene creato, deve essere sostenuto e deve capire chiaramente la sua funzione. La città metropolitana dovrebbe occuparsi di mobilità, scardinando le logiche esistenti. Se l’attuale sistema di trasporto metropolitano è insufficiente, inefficiente e costoso deve essere ripensato in modo organico, per connettere realmente tutta l’area.
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Questo incontro, e le persone presenti, confermano come sia urgente e necessario che la Città metropolitana di Milano diventi realmente un fattore di coesione e sviluppo.

Dall’incontro è emersa la centralità del ruolo che la Città metropolitana può assumere nel favorire l’incontro tra istituzioni e mondo del lavoro, della ricerca, delle professioni e dell’imprenditorialità. Per costruire un sistema che funzioni e dia risposte efficaci alle richieste e alle necessità del territorio metropolitano.

Il rapporto integrale è disponibile sul sito del Centro Studi PIM a questo link.

Su questo sito ci occupiamo della relazione tra cibo e città e di come agire sui sistemi alimentari delle aree urbane e metropolitane possa contribuire al loro sviluppo. Da questo punto di vista si osserva che nelle rappresentazioni socio-economiche che attualmente vengono realizzate dagli attori metropolitani, è assente sia l’agricoltura sia il sistema del cibo nel suo complesso. Quest’ultimo, rispetto ad altre chiavi di lettura, consente di unire più temi, evidenziando le relazioni tra settori e le dinamiche di carattere sistemico.
La rappresentazione dei sistemi alimentari è ancora agli inizi, le esperienze delle analisi sviluppate a Milano per la sua food policy, di Torino con l’atlante del Cibo e presto quella di Bergamo, rappresentano le occasioni per dare evidenza alla centralità che i sistemi alimentari possono assumere come driver dello sviluppo.
Il tema delle politiche urbane del cibo si inserisce in questo dibattito come elemento per dinamizzare l’economia, facendo leva sul cibo.


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