Aree Interne e sistemi alimentari locali?

Su questo sito ci occupiamo della relazione tra cibo e città, ma questa relazione è forte se le città sono al centro di un sistema più vasto (che potremmo chiamare città-regione) nel quale i poli urbani dialogano e scambiano valore con le aree rurali. Questo post si inserisce proprio qui, nelle aree rurali, ma in quelle più lontane e marginali che dal 2012, grazie al Ministro della Coesione Territoriale Fabrizio Barca, in tutta Italia chiamiamo Aree Interne.

Ne parliamo perché abbiamo partecipato al convegno “Programma AttivAree” con il quale la Fondazione Cariplo ha presentato gli interventi attuativi nelle due aree selezionate dal programma: l’Oltrepò Pavese (PV) e la Val Trompia e Sabbia (BS). Restituiamo i contenuti degli interventi e proviamo a declinare qualche idea nel rapporto tra città e campagna attraverso il punto di vista del sistema alimentare.

Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione Cariplo, ha richiamato all’innovatività del bando AttivAree all’interno dei 4 progetti intersettoriali della fondazione, nei quali l’intera struttura della Cariplo si attiva per incrementare il valore delle iniziative, affiancando i partenariati nella realizzazione dei progetti.

Giorgio Osti, comitato scientifico AttivAree, introducendo il tema delle aree interne, le ha paragonate a nodi e snodi dello sviluppo locale, territori che si attivano all’interno di una competizione leale, dove le organizzazioni si legano in alleanze plurime e si slegano per competere sulle idee e proposte.  Uno degli elementi da considerare per lo sviluppo delle Aree Interne sono i mercati nidificati, che includono scambi agricoli combinando luoghi e relazioni. Lo scambio dnl mercato tra beni vendibili (più semplici da comprendere) e servizi relazionali (più complicati da modellizzare) è edificante in quanto il “produrre e scambiare” crea dignità, reclutando risorse locali. La sfida per queste aree è quella, da un lato di sopravvivere e dall’altro di non venire fagocitati dal mercato globale.

Elena Jachia, direttrice Area Ambiente Cariplo, descrivendo il ruolo della struttura di Cariplo nel processo progettuale, ha posto l’attenzione sulla demotivazione delle comunità delle aree interne, la riattivazione è funzionale a moltiplicare le opportunità in questi luoghi. Gli attori con i quali interagire sono gli abitanti, i nuovi residenti e gli investitori che attraverso  i progetti potrebbero inserirsi nel territorio. Su questo bando la Fondazione Cariplo ha proposto una nuova modalità di governance, ingaggiando costantemente la struttura interna per sostenere il partenariato e posizionare i risultati nella Strategia Nazionale aree interne e nell’iniziativa di Regione Lombardia. Molta attenzione sarà posta alla comunicazione del progetto in fase di svolgimento, creando occasioni di confronto con tutti i soggetti interessati.

Nella seconda parte della presentazione la parola è passata ai due territori del programma. Alberto Vercesi, Oltrepò, ha presentato il progetto attraverso la chiave di lettura della biodiversità come cardine per lo sviluppo di imprenditoria, anche nelle zone non vitivinicole, disseminando e costruendo le conoscenze necessarie alla replicabilità delle esperienze. Fabrizio Veronesi, Val Trompia, ha delineato l’idea cardine del progetto, focalizzato sull’incremento dell’attrattività attraverso lo sviluppo di prodotti locali all’interno di azioni di sistema, che possano estendersi ad altri driver territoriali.

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Nell’insieme il processo di costruzione del programma appare realmente innovativo, in linea con gli altri programmi intersettoriali, attivando la struttura della fondazione all’interno del processo anche nel posizionamento istituzionale dell’iniziativa e non unicamente come soggetto erogatore del contributo.

Sulle Aree Interne, anche in relazione all’intervento del prof. Osti, un paragone calzante potrebbe essere quello delle traiettorie di sviluppo delle Città-Stato Greche, confrontato con quello dei grandi palazzi dei re semi-divini egizi e babilonesi. Nel primo caso le città, le pòlis, rappresentavano uno schema a nodi internamente omogeneo; raggiunto un equilibrio di rilevanza, potenza ed influenza cooperavano ed attivavano scambi commerciali diffusi, secondo uno schema fortemente resiliente nel quale il vantaggio competitivo era diffuso su un territorio vasto, gli scambi favorivano una mescolanza di culture, conoscenze e ricchezze. Nel secondo caso (il palazzo babilonese) il territorio era rivolto ad un potere centrale dove succedeva tutto e l’organizzazione per nulla resiliente ha frenato lo sviluppo di innovazioni che invece hanno disegnato il successo della competizione positiva tra le città dell’Antica Grecia. Analogamente le Aree Interne, se caratterizzate da una strategia realmente basata sulle risorse locali, potrebbero dar vita ad una rete di relazioni e scambi, in grado di riattivarle.

In quest’ottica il sistema alimentare diventa un fattore centrale. Rispetto ad un turismo che nelle aree interne stenta a decollare, le produzioni locali di qualità potrebbero attivare delle relazioni con i grandi centri di acquisto della ristorazione collettiva (istituzionale e privata) quindi mense, ospedali, case di riposo e carceri, ma anche sagre estive e ristoranti che, se adeguatamente organizzati da politiche urbane aperte agli scambi con le Aree Interne, potrebbero garantire una domanda alimentare che nei luoghi periferici possa trovare un’offerta alimentare di qualità. In quest’ottica gli esiti del progetto BioRegione (Unimi e Polimi finanziato da Fondazione Cariplo), che ha mappato la domanda della ristorazione istituzionale, potrebbero diventare preziosi strumenti per le aree interne. Analogamente la connessione con le altre due grandi progettualità sulle Aree Interne (Strategia Nazionale e Regione Lombardia) potrebbe mettere a confronto strumenti, modelli ed approcci, alimentando ulteriormente il dibattito che, nel 2012, aveva dato origine al programma sulle Aree Interne.

La demotivazione è uno degli elementi che è stato richiamato dal convegno, sia da Elena Jachia che da Giorgio Osti. Nelle Aree Interne spopolate e senza giovani, cova il rancore e la delusione per un modello di sviluppo che non è più in grado di reggere il confronto con un mondo sempre più urbano e globalizzato. In questo modello le aree rurali hanno perso la loro prima natura di stile di vita autentico e sostenibile. Se il programma AttivAree riuscirà ad agire su grandi driver in grado di invertire la traiettoria del declino, scatenando risorse economiche, relazionali, cognitive e strategiche avrà raggiunto un grande obiettivo dei nostri tempi: rafforzare la coesione territoriale tra città, campagna ed aree periferiche.

Andrea Magarini


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